Appello per ottenere che l'intervento della Chiesa Cattolica Congolese eviti una strage annunciata e consenta alla Repubblica Democratica del Congo di uscire dall'attuale crisi politica senza nuovi spargimenti di sangue
11.12.2016


lumumbaM
Appello per ottenere che l'intervento della Chiesa Cattolica Congolese eviti una strage annunciata e consenta alla Repubblica Democratica del Congo di uscire dall'attuale crisi politica senza nuovi spargimenti di sangue. Oggi il compito arduo di evitare che l'attuale crisi politica nella Repubblica Democratica del Congo entri in una spirale infernale di violenza e di sangue sfociando in un conflitto civile aperto grava soprattutto sulla Chiesa Cattolica, rimasta ormai una delle poche istituzioni del travagliato Paese che è stata capace ancora di emergere da decadi di tormento con la sua credibilità intatta: il suo ruolo come mediatore per un'ultima speranza di accordo indica il prestigio della Chiesa Cattolica in Congo, che contando su almeno 30 milioni di fedeli, tutti praticanti e impegnati, le hanno permesso di mantenere un'influenza importante sulla politica in Congo dove le autorità della Chiesa Cattolica sono andate largamente aldilà dei loro doveri pastorali per riempire il vuoto lasciato da uno stato latitante, garantendo assistenza sanitaria e scolarizzazione, e promovendo in questi due settori come in quello della giustizia la difesa dei diritti umani e la crescita di una coscienza democratica. In Ottobre, il Presidente del Congo Joseph Kabila sembrava essersi assicurato il supporto dei principali leaders regionali dell'Unione Africana che avrebbero mediato con alcuni leaders dell'opposizione al fine di restare al potere fino alla fine di Aprile 2018, un anno e mezzo dopo il termine officiale del suo secondo e ultimo mandato presidenziale. "Nessuno è meglio posizionato oggi per agire come protagonista della mediazione. Non certo l'ormai discreditata Unione Africana, e nemmeno l'Occidente," è questa la speranza che coltivano gli osservatori ONU e gli attivisti dei diritti umani Congolesi. Da quel momento i Vescovi del Congo stanno utilizzando la loro capacità diplomatica fra i due campi avversi cercando di creare un ponte fra i membri dell'opposizione moderata (in realtà complice con l'attuale regime) che hanno firmato l'accordo sostenuto dall'Unione Africana di far slittare le elezioni fino al 2018, e l'opposizione radicale (ma genuina, non strumentale al potere!) guidata dal suo leader storico Etienne Tshisekedi ma anche dall'uomo d'affari miliardario Moise Katumbi. Entrambi stanno boicottando il processo insistendo che Kabila deve cedere il potere già questo 19 dicembre, termine costituzionale del secondo mandato presidenziale. La tensione sta crescendo con l'approssimarsi del giorno zero, quel 19 dicembre per il quale l'opposizione radicale sta letteralmente chiamando il popolo Congolese alla rivolta e all'insurrezione popolare. Fatto dal quale il potere costituito trae argomenti politici per accusare i propri avversari di essere i soli fomentatori delle recenti esplosioni  di violenza che il 19 di settembre sono costate la vita a 50 giovani (tutti dell'opposizione) ma anche a 2 membri delle “forze dell'ordine” che avevano aperto il fuoco (e non di lacrimogeni!) l'ultima vittima è una ragazzina uccisa da una pallottola vagante. Strascichi ulteriori della giornata di sangue sono stati il rogo alla sede dell'UDPS (Unione per la Démocrazia e il Progresso Sociale il principale partito dell'opposizione) in cui almeno due persone sono state bruciate vive; e l'arresto di Bruno Tshibala, secretario generale dell'UDPS, domenica 9 ottobre all'aeroporto di Kinshasa dove stava imbarcandosi per il suo volo diretto a Brussel. Motivo dell'arresto? "Bruno Tshibala fa parte del gruppo politico che ha organizzato la marcia del 19 Settembre” sono le giustificazioni del governo "Tshibala ha firmato un comunicato dove solidarizza con i manifestanti" Ma aldilà della risposta violenta alla violenza della polizia, si devono oggi aprire gli occhi sulla realtà: ormai da mesi, è sufficiente interrogare dei comuni cittadini presi per caso, nella capitale o nelle città di provincia, per ascoltare la stessa visione politica:  “Kabila se ne deve andare” dicono ormai tutti in Congo, salvo i fedelissimi del suo partito. Citando una decisione della Corte suprema di giustizia del Congo del maggio scorso i sostenitori di Kabila dichiarano che il presidente attuale può restare al potere fino a quando verrà eletto un nuovo presidente. I leaders dell'Opposizione al contrario (ma con loro anche l'uomo della strada e le donne del mercato nella capitale Kinshasa, fieramente anti-Kabila, e in tutte le città del Paese in cui ho avuto modo di scambiare il punto di vista con la gente) dichiarano che il Presidente deve comunque dimettersi e lasciare il passo ad una
amministrazione provvisoria. A questo punto lo sforzo dei vescovi di promuovere un accordo fra le parti costituisce l'ultima spiaggia prima che nella data fatidica del 19 dicembre si scateni la violenza politica. Per questo il mondo diplomatico e in generale i governi africani hanno inviato un chiaro messaggio a Kabila che in un incontro privato in Angola ha finalmente
chiesto alla CENCO, la Conferenza Episcopale Nazionale del Congo, di intervenire per sciogliere il nodo politico. E questo ponendo come termine la stessa data del 19 dicembre, quando secondo la costituzione Kabila dovrebbe lasciare il potere.
Tom Perriello, l'inviato speciale degli Stati Uniti nella regione dei grandi laghi e la voce più autorevole a livello internazione nel reclamare che il presidente Kabila rispetti finalmente la costituzione, questa settimana ha dichiarato al Congresso che la
mediazione della CENCO resta la sola chance di evitare che la violenza politica si scateni in tutto il Paese. Ma ha detto anche che il tempo stringe! Anche il segretario della CENCO ha dichiarato che "la situazione é critica, la CENCO chiama le due parti in causa a mostrare il loro senso di responsabilità e la buona volontà al fine di prevenire il grande rischio per la nostra nazione di scivolare verso una situazione incontrollable. Che possa Maria Vergine intervenire per il nostro popolo!" La posizione della CENCO secondo un comunicato ufficiale del 2 dicembre scorso è che si deve creare un ponte fra le posizioni estreme della presidenza che vorrebbe rimandare le elezioni al 2018 conservando il potere e l'opposizione radicale che reclama la cessione del potere già il lunedì 19 dicembre. Si deve agire nel pieno rispetto della costituzione votata da tutti i Congolesi, alla quasi unanimità il 18 dicembre del 2005, riuscendo già a fissare un calendario elettorale in tempi accettabili e decidendo di finanziare le elezioni. la Chiesa Cattolica Congolese ha assunto un ruolo politico attivo nel
1990 quando ha sfidato Mobutu giocando un ruolo fondamentale nel promuovere il dialogo nazionale dopo il massacro dei giovani all'Università di Lumumbashi. Il 16 febbraio 1992, le forze dell'ordine hanno aperto il fuoco su una manifestazione pro-democrazia della Chiesa Cattolica ammazzando almeno 20 cristiani: la storia di ieri scritta all'insegna di una dittatura che il mondo ha condannato come sanguinaria sembra ripetersi oggi, in piena “democrazia” con il succedersi di due massacri di studenti colpevoli solo di aver reclamato il rispetto del calendario elettorale e del principio dell'alternanza, entrambi sanciti dalla costituzione del 2005. Il primo massacro è stato in gennaio 2015 con 42 giovani morti. Il 19 settembre i morti sono stati 53! La decisione della Chiesa di entrare in campo nella politica congolese ha affrontato vere sfide quando quel campo è divenuto minato durante le elezioni del novembre 2011, quando la CENCO che con la sua rete di 30.000 osservatori era stata la più informata fra chi ha seguito da vicino il processo di voto. Dopo che Kabila era stato già dichiarato vincitore la Chiesa Cattolica aveva reclamato di correggere i risultati elettorali giudicati non trasparenti. “Non c'é stata né verità né giustizia” aveva dichiarato il Cardinale Congolese Laurent Monsengwo Pasinya, uno dei più anziani e autorevoli vescovi Africani, tiene costantemente il Papa informato sulle posizioni della Chiesa Cattolica. L'attuale nunzio apostolico e dunque l'ambasciatore del Vaticano nella capitale Kinshasa é un' Argentino e anch'egli vicino al Pontefice.
Ciononostante la CENCO era in quel momento divisa: l'episcopatoavrebbe potuto pubblicare dei risultati che avrebbero messo a rischio la leadership del Paese senza un'opposizione credibile in grado di rilevare l'eredità di un potere contestato. Alla fine si è deciso che l'unità della Chiesa Cattolica era più importante che approfondire la verità della consultazione elettorale. Quando è divenuto evidente che le elezioni di quest'anno sarebbero state posticipate, i Vescovi Cattolici avevano pianificato una marcia per Febbraio 2016 per ricordare i cristiani uccisi nel 1992. Finalmente la CENCO aveva rinunciato per evitare una strumentalizzazione partitica sia del governo che dell'opposizione, che avrebbe considerato i Vescovi come suoi membri. Ora la Chiesa sta cercando di mantenere, pur nella difesa dei diritti umani e della Costituzione, un'equidistanza dalle parti in causa. E una vicinanza crescente con i più poveri. "Kabila non vuole apparire di fronte al popolo congolese l'avversario della Chiesa Cattolica," recita la diplomazia filogovernativa, che comprende come la mediazione della Chiesa Cattolica può essere la sola soluzione alternativa al bagno di sangue, ma che oggi significa anche rinunciare definitivamente alle ambizioni di mantenere il potere fino al 2018, come ipotizzato in ottobre. Però il fatto di accettare le condizioni poste dalla Chiesa significa anche rinunciare alla legge della corruzione e accettare la strada della democrazia e della salvaguardia dei diritti umani fondamentali. Non così automatico per
chi ha basato il suo potere sul compromesso e sulla corruzione.

Chiara Castellani

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