Dietro le quinte

6 Ottobre 2014


Non è facile da comprendere, il Congo. Non è facile da accettare. Non è facile da vivere, da distillare, da ricordare. A meno che non si sia animati da una passione forte, non si sia lanciata una sfida grande, non si abbiano strumenti culturali che ne permettano una visione critica. Meglio se i tre elementi giocano insieme. Sono ancora qui a riflettere, a metabolizzare, a cercare di darne una lettura critica, la mia appunto. Critica viene da crisis, rottura, che fa bene solo se porta a un cambiamento. Ed è questo il primo sentimento che con forza si è fatto strada nei miei pensieri e nelle mie determinazioni. Ma non è facile spiegare. Provo con una metafora. Voi provate a pensare al Congo come ad un uomo affascinante (o a una donna interessante): lo conoscete, ne subite il fascino, decidete di camminargli accanto, ne scoprite i continui tradimenti, ne subite le delusioni, ma siete disposte a perdonarlo purché vi permetta ancora di camminargli accanto… e basta appena una carezza o un sorriso perché dimentichiate i suoi tradimenti, la vostra sofferenza, la voglia prepotente di lasciarlo, e torniate a tenerlo per mano con tutta la tenerezza di cui siete capaci… Questo è stato, per me, il Congo. Il “sorriso” è quello incredulo di Clementine che mi regala una bottiglia di ipoclorito di sodio perché io possa pulire e disinfettare i bagni di casa Mufwa e il piatto-doccia male olezzante della mia stanza usato impropriamente (urinoir, con lemma francofono), dopo sette giorni che chiedo implorante, ma evidentemente alla persona sbagliata, che me ne procuri un poco. La “carezza” è, invece, Kenge II, dove le studenti di Chiara sono venute di buon mattino ad accogliermi sulla riva del fiume portando fiori, dopo 28 giorni di difficoltà, di chiusure, di scarse affinità a Kinshasa e a Kenge I; è “carezza”, e ancor più “balsamo”, tutto il villaggio di Kenge II – pulito e ordinato da sembrare stampato in un catalogo per agenzie di viaggi – dove la gente saluta sorridente, ci regala noci di cocco e di cola, non chiede denaro o favori… dove il Preside dell’Istem mette a disposizione le conoscenze della sua vita di mu-yaka e di storico, quelle di suo padre – cent’anni compiuti – , quelle di due anziane donne del suo villaggio che sono per me e per la cultura yaka quello che la biblioteca di Alessandria era per l’antichità.

Poi, passata dall’altra parte della Wamba, tutto è ancora capricci, incomprensioni, tradimenti.

Devo ancora stabilire da quale parte si inclini l’ago della bilancia del mio sguardo e delle mie scelte, ho tempo per farlo, mi aiuterà la consapevolezza che, nella visione delle cose, è sempre possibile percepire un bicchiere mezzo pieno o uno mezzo vuoto.

Adesso, però, voglio offrirvi la parte del bicchiere mezzo pieno. E darle un nome: PAOLO MORO. Non devo certo presentarlo a voi, ché lo conoscete bene e certamente meglio di me; ma in quei quaranta giorni e più ho avuto modi di osservarlo in silenzio o ad alta voce (quella del mio disappunto e dei miei “non sono d’accordo” sui quali spesso ci siamo scontrati). Paolo Moro aveva sempre una risposta e una soluzione a tutto; i suoi iniziali sessanta kili (ridottisi drasticamente durante il soggiorno) sono stati le spalle del Titano su cui abbiamo poggiato i nostri fardelli:

- Chiara: perché il carica batterie del suo portatile non funzionava più e lei rischiava di restare scollegata dal mondo; o perché qualcuno ha rubato il suo letto e la zanzariera – indispensabile a quelle latitudini - manca dei supporti per poter essere installata; o perché un tale abbé mente spudoratamente sul suo conto e vanta la proprietà su beni non suoi, e allora bisogna pensare-scrivere-stampare-divulgare un dossier che racconti i fatti da tutt’altro punto di vista.

- Alba: perché in dispensa non abbiamo niente, non abbiamo avuto modo e tempo di andare al piccolo mercato, ma abbiamo gli spaghetti portati dall’Italia e allora “per favore accendi il fuoco e ci prepari un ricco piatto di pasta?” O anche “nella mia stanza, di giorno e di notte, i topi organizzano i loro sabba e non mi lasciano dormire, per favore aiutami a traslocare!”.

- l’idraulico: “questa cisterna di duemilacinquecento litri è troppo grande, è impossibile farla entrare in casa!”; e “si è perduto il rubinetto che avete comprato a Kin e qui non se ne trovano”, e “manca un pezzo per terminare la grondaia, se non lo aggiungo l’acqua vi cadrà tutta nel cortile”, etc etc etc.

- il falegname (dopo lungo sopralluogo da lui stesso effettuato): “ho bisogno di altre tolês e di madriers, la dottoressa non ci aveva detto che ne servivano così tante!”; “sì, due giorni fa avrei dovuto finire il lavoro, però ho tante altre cose da fare… lo finirò dopo”.

- il muratore: “per fare il muro che non c’è più bisogna fabbricare i mattoni, e mi manca questo e questo e quest’altro”.

- l’imbianchino: “c’è a fare il crépissage ai muri”; e “ho bisogno dell’acqua per diluire il colore”; “se volete ch’io lavori, procuratemi questo e quest’altro”.

- il capo-cantiere (litania quotidiana): “abbiamo finito materiale e soldi”.

- i vicini prepotenti: “come si permette a mandarmi via di qua, sono anni che la dottoressa sa che ci siamo!”.

- la dottoressa: “non so come farli andare via, sono anni che mi invadono di prepotenza”.

- abbés et prélats: taccio richieste e pretese.

- Etc. etc. etc…

Molti etc., per i quali Paolo Moro aveva una soluzione, o semplicemente “la” soluzione. Come per la fuga da casa del piccolo Michel, figlio di Bisewo, il quale viene a mangiare e a fare i compiti dal suo vecchio amico Paolo dove trova sempre tante buone caramelle da offrire anche ai suoi amichetti, e soprattutto il tonno italiano in scatola che per lui è il più buon companatico per il fufù; o come per l’attacco di malaria dello stesso Michel che lascia indifferente la solita “persona sbagliata” alla quale avevamo chiesto aiuto. Paolo Moro c’è. Paolo Moro sa. Paolo Moro può… pare che il Bandundu e l’intero Congo lo abbiano scoperto, e agiscano di conseguenza.

Ma anche Paolo Moro ha un limite, anzi lo ha il suo corpo che reclama riposo e attenzione, e lo fa con le modalità che un corpo conosce in Africa: la malaria. Che però deve aspettare il suo turno: deve aspettare che ogni cosa sia terminata o bene avviata, che si arrivi a Kinshasa, che i biglietti e il volo siano confermati… pazienza se salta il saluto al nuovo ambasciatore italiano, o la cena con i vecchi amici di un tempo, o il giro nella Kin di notte, o la visita a musei e centri d’arte…

Questo è, care Amiche e cari Amici di Chiara Castellani, il Paolo Moro che ho avuto modo di conoscere; mentre Chiara, la diocesi, il Bandundu e il Congo già lo conoscevano da tempo, e bene. Ed è stato lui “quella marcia in più” che mi ha permesso di andare tranquilla e sicura in questo non facile ma certamente arricchente cammino africano.

 

AlbaMonti

E-mail violata
28 Aprile 2014

 
Carissimi amici e amiche,
vi informiamo che in questi giorni la email privata di Chiara Castellani è stata violata
provocando disagi in fase di comunicazione.

A breve tutti i contatti in collegamento con la Dott.ssa Castellani riceveranno privatamente un nuovo indirizzo di posta elettronica.
Ricordiamo inoltre che è sempre possibile mettersi in contatto con Chiara Castellani attraverso la nostra segreteria.

Con enorme dispiacere per l'accaduto.

Lo staff di Insieme a Chiara Castellani Onlus

“In italia gli ospedali cadono a pezzi,in Congo li costruiscono. Qual e' il paese da terzo mondo?” Chiara Castellani intervistata da Noi RomaTV.

Obiettivi raggiunti
10 gennaio 2014

111


Siamo felici di condividere con tutti voi, artefici del risultato, alcuni successi raggiunti e propositi da intraprendere in questo nuovo anno.

Grazie al vostro sostegno siamo riusciti a finanziare 67 borse di studio per l'intero anno scolastico in corso.
Completeremo il progetto ITM (iniziato dall'associazione Fossati) per la realizzazione di aule e della biblioteca.
Abbiamo finalmente ricevuto delibera per avviare i lavori di ristrutturazione di Casa Giuseppe Ricci e Giancarlo Maietta.

 

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