Chiara Castellani a Rai Unomattina

 

 

Kenge, estate 2014.
di Alba Monti

Ci passo davanti ogni mattina, ed è il mio solo punto di riferimento per non perdere la strada nella brousse. Ma, diversamente da quanto accade al Borgo san Nicola, non entro a insegnare ai suoi ospiti l’Economia e le sue leggi che governano il mondo, perché è qui il mondo che quelle leggi opprimono e schiacciano.

Ci passo davanti ogni mattina, e il mio sguardo si posa da lontano sulle tante mani tese che chiedono soldi. O cibo. Perché qui lo Stato non provvede ai pasti dei detenuti; e neppure lo fanno le loro famiglie, troppo lontane o troppo povere per sfamare la bocca di un ladro. Di un “povero” ladro, perché quelli ricchi – qui come altrove – non vanno in prigione.

Ci passo davanti ogni mattina, sospettosi gli agenti, supplici gli occhi degli altri. Settanta, mi hanno detto, molti dei quali – giovani o giovanissimi – sono entrati per furto. Quest’anno ne sono usciti già tre, ma non in piedi… la fame, la sete, la malaria, gli stenti son tanti. Uno di loro, mi hanno detto, ha forzato la serratura di un’auto. Ma non ha portato via l’autoradio né il crick né la ruota di scorta: ha rubato un pane di manioca lasciato incustodito sul sedile posteriore, ed è fuggito via. Ma non è andato molto lontano: lo hanno messo subito “dentro”, prima che potesse mangiare quel pane. Forse non mangia da allora. “Togli pure quel forse”, mi hanno detto.

Ci passo davanti ogni mattina, e oggi decido di entrare. Chiedo del Direttore, scattano sull’attenti e mi accompagnano da lui. Gli dico di me, del carcere di Lecce, dei tanti Studenti che viaggiano il mondo attraverso i miei libri e il mio narrare, e che mi hanno chiesto di portare a quei compagni un segno concreto di solidarietà, di “spezzare il pane” insieme a loro. Il Direttore mi dice che là sono tutti molto religiosi, e che quello di “spezzare il pane” è un simbolo molto forte e molto condiviso. Domenica scorsa, la musica, i canti, la gioia del giubileo che la chiesa di Kenge ha organizzato per festeggiare i suoi 50 anni di presenza nella regione, sono arrivati fin là, il vento soffiava in quella direzione, e molti fra loro, detenuti e agenti, hanno cantato e tenuto il ritmo con le mani. La mia richiesta, allora, si fa duplice: la prossima domenica celebreremo un altro giubileo, senza altari né luci né fiori, la riconciliazione dell’uomo con l’uomo; celebreremo insieme un rito religioso, non importa quale: anche qui ho amici tra la cattedrale e la moschea, tra i seguaci di Kimbangu e di Geova; magari lo chiederemo a tutti i quattro rappresentanti, e ci ritroveremo quattro volte. Non importa come lo pregheranno, perché Nzambi ha un solo nome. Potranno cantare e danzare anche loro ma, soprattutto, potranno spezzare un pane di manioca insieme ai compagni di un carcere lontano, a Lecce, tra i mundele di un altro continente. Che non conoscono neppure il fufù, la manioca, i madesu e la nsamba, ma conoscono bene quanto sappia di sale scendere le scale che portano agli inferi della terra, nelle prigioni che non curano – perché non sanno, non possono, non vogliono – le cause né gli effetti della miseria-disperazione-depravazione. Ma che sanno bene assaporare la gioia di un pane condiviso, di una pena comune, di un semplice sorriso. E il “mistero” del pane e del vino avrà saputo svelarsi in termini concreti, e farsi carne e sangue vivi, prendendo e mangiando insieme un pane di manioca; prendendo e bevendo insieme un sorso di nsamba.


AlbaMonti

 Dietro le quinte

6 Ottobre 2014


Non è facile da comprendere, il Congo. Non è facile da accettare. Non è facile da vivere, da distillare, da ricordare. A meno che non si sia animati da una passione forte, non si sia lanciata una sfida grande, non si abbiano strumenti culturali che ne permettano una visione critica. Meglio se i tre elementi giocano insieme. Sono ancora qui a riflettere, a metabolizzare, a cercare di darne una lettura critica, la mia appunto. Critica viene da crisis, rottura, che fa bene solo se porta a un cambiamento. Ed è questo il primo sentimento che con forza si è fatto strada nei miei pensieri e nelle mie determinazioni. Ma non è facile spiegare. Provo con una metafora. Voi provate a pensare al Congo come ad un uomo affascinante (o a una donna interessante): lo conoscete, ne subite il fascino, decidete di camminargli accanto, ne scoprite i continui tradimenti, ne subite le delusioni, ma siete disposte a perdonarlo purché vi permetta ancora di camminargli accanto… e basta appena una carezza o un sorriso perché dimentichiate i suoi tradimenti, la vostra sofferenza, la voglia prepotente di lasciarlo, e torniate a tenerlo per mano con tutta la tenerezza di cui siete capaci… Questo è stato, per me, il Congo. Il “sorriso” è quello incredulo di Clementine che mi regala una bottiglia di ipoclorito di sodio perché io possa pulire e disinfettare i bagni di casa Mufwa e il piatto-doccia male olezzante della mia stanza usato impropriamente (urinoir, con lemma francofono), dopo sette giorni che chiedo implorante, ma evidentemente alla persona sbagliata, che me ne procuri un poco. La “carezza” è, invece, Kenge II, dove le studenti di Chiara sono venute di buon mattino ad accogliermi sulla riva del fiume portando fiori, dopo 28 giorni di difficoltà, di chiusure, di scarse affinità a Kinshasa e a Kenge I; è “carezza”, e ancor più “balsamo”, tutto il villaggio di Kenge II – pulito e ordinato da sembrare stampato in un catalogo per agenzie di viaggi – dove la gente saluta sorridente, ci regala noci di cocco e di cola, non chiede denaro o favori… dove il Preside dell’Istem mette a disposizione le conoscenze della sua vita di mu-yaka e di storico, quelle di suo padre – cent’anni compiuti – , quelle di due anziane donne del suo villaggio che sono per me e per la cultura yaka quello che la biblioteca di Alessandria era per l’antichità.

Poi, passata dall’altra parte della Wamba, tutto è ancora capricci, incomprensioni, tradimenti.

Devo ancora stabilire da quale parte si inclini l’ago della bilancia del mio sguardo e delle mie scelte, ho tempo per farlo, mi aiuterà la consapevolezza che, nella visione delle cose, è sempre possibile percepire un bicchiere mezzo pieno o uno mezzo vuoto.

Adesso, però, voglio offrirvi la parte del bicchiere mezzo pieno. E darle un nome: PAOLO MORO. Non devo certo presentarlo a voi, ché lo conoscete bene e certamente meglio di me; ma in quei quaranta giorni e più ho avuto modi di osservarlo in silenzio o ad alta voce (quella del mio disappunto e dei miei “non sono d’accordo” sui quali spesso ci siamo scontrati). Paolo Moro aveva sempre una risposta e una soluzione a tutto; i suoi iniziali sessanta kili (ridottisi drasticamente durante il soggiorno) sono stati le spalle del Titano su cui abbiamo poggiato i nostri fardelli:

- Chiara: perché il carica batterie del suo portatile non funzionava più e lei rischiava di restare scollegata dal mondo; o perché qualcuno ha rubato il suo letto e la zanzariera – indispensabile a quelle latitudini - manca dei supporti per poter essere installata; o perché un tale abbé mente spudoratamente sul suo conto e vanta la proprietà su beni non suoi, e allora bisogna pensare-scrivere-stampare-divulgare un dossier che racconti i fatti da tutt’altro punto di vista.

- Alba: perché in dispensa non abbiamo niente, non abbiamo avuto modo e tempo di andare al piccolo mercato, ma abbiamo gli spaghetti portati dall’Italia e allora “per favore accendi il fuoco e ci prepari un ricco piatto di pasta?” O anche “nella mia stanza, di giorno e di notte, i topi organizzano i loro sabba e non mi lasciano dormire, per favore aiutami a traslocare!”.

- l’idraulico: “questa cisterna di duemilacinquecento litri è troppo grande, è impossibile farla entrare in casa!”; e “si è perduto il rubinetto che avete comprato a Kin e qui non se ne trovano”, e “manca un pezzo per terminare la grondaia, se non lo aggiungo l’acqua vi cadrà tutta nel cortile”, etc etc etc.

- il falegname (dopo lungo sopralluogo da lui stesso effettuato): “ho bisogno di altre tolês e di madriers, la dottoressa non ci aveva detto che ne servivano così tante!”; “sì, due giorni fa avrei dovuto finire il lavoro, però ho tante altre cose da fare… lo finirò dopo”.

- il muratore: “per fare il muro che non c’è più bisogna fabbricare i mattoni, e mi manca questo e questo e quest’altro”.

- l’imbianchino: “c’è a fare il crépissage ai muri”; e “ho bisogno dell’acqua per diluire il colore”; “se volete ch’io lavori, procuratemi questo e quest’altro”.

- il capo-cantiere (litania quotidiana): “abbiamo finito materiale e soldi”.

- i vicini prepotenti: “come si permette a mandarmi via di qua, sono anni che la dottoressa sa che ci siamo!”.

- la dottoressa: “non so come farli andare via, sono anni che mi invadono di prepotenza”.

- abbés et prélats: taccio richieste e pretese.

- Etc. etc. etc…

Molti etc., per i quali Paolo Moro aveva una soluzione, o semplicemente “la” soluzione. Come per la fuga da casa del piccolo Michel, figlio di Bisewo, il quale viene a mangiare e a fare i compiti dal suo vecchio amico Paolo dove trova sempre tante buone caramelle da offrire anche ai suoi amichetti, e soprattutto il tonno italiano in scatola che per lui è il più buon companatico per il fufù; o come per l’attacco di malaria dello stesso Michel che lascia indifferente la solita “persona sbagliata” alla quale avevamo chiesto aiuto. Paolo Moro c’è. Paolo Moro sa. Paolo Moro può… pare che il Bandundu e l’intero Congo lo abbiano scoperto, e agiscano di conseguenza.

Ma anche Paolo Moro ha un limite, anzi lo ha il suo corpo che reclama riposo e attenzione, e lo fa con le modalità che un corpo conosce in Africa: la malaria. Che però deve aspettare il suo turno: deve aspettare che ogni cosa sia terminata o bene avviata, che si arrivi a Kinshasa, che i biglietti e il volo siano confermati… pazienza se salta il saluto al nuovo ambasciatore italiano, o la cena con i vecchi amici di un tempo, o il giro nella Kin di notte, o la visita a musei e centri d’arte…

Questo è, care Amiche e cari Amici di Chiara Castellani, il Paolo Moro che ho avuto modo di conoscere; mentre Chiara, la diocesi, il Bandundu e il Congo già lo conoscevano da tempo, e bene. Ed è stato lui “quella marcia in più” che mi ha permesso di andare tranquilla e sicura in questo non facile ma certamente arricchente cammino africano.

 

AlbaMonti

E-mail violata
28 Aprile 2014

 
Carissimi amici e amiche,
vi informiamo che in questi giorni la email privata di Chiara Castellani è stata violata
provocando disagi in fase di comunicazione.

A breve tutti i contatti in collegamento con la Dott.ssa Castellani riceveranno privatamente un nuovo indirizzo di posta elettronica.
Ricordiamo inoltre che è sempre possibile mettersi in contatto con Chiara Castellani attraverso la nostra segreteria.

Con enorme dispiacere per l'accaduto.

Lo staff di Insieme a Chiara Castellani Onlus

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