PROGETTO ISEA E IL MIO IMPEGNO PER IL DIRITTO AL CIBO
di Chiara Castellani - 16/12/2014

 

 

La terra del Kwango non è più terra madre, grassa e rossiccia; il suolo del Kwango è sabbia, vi cresce solo l'erba alta e la paglia della savana non è più foresta come lo era un tempo e sulla strada verso Kimbau e Matari, nel sud della Diocesi di Kenge per km non si vedono più i grandi alberi secolari ma solo arbusti spinosi.

Le cause? L'aumento progressivo della temperatura del pianeta, a cui si aggiunge la deforestazione e la pratica agricola distruttrice dei fuochi di brousse, ereditata acriticamente dai Belgi ai tempi delle colonie e mai abbandonata.
Dove mancano radici la terra cede all'erosione e i raccolti vengono compromessi con un vero disastro ecologico. Il suolo del Kwango è sabbia lavata dalle grandi piogge. Il futuro: la desertificazione

Eppure a Kenge 2, cresciuta sulle rive del grande fiume Wamba, il vecchio ospedale fantasma e le sale del nuovo istituto dove i ragazzi entrano correndo gioiosi come un migrare di rondini, si nascondono ancora fra i palmizi e i grandi mangos come un'isola verde. Lungo il fiume la terra, fertilizzata dalle ninfee decomposte dall'acqua che scorre lentamente fra gli alberi è ancora madre: La palma da olio è un concentrato di vitamina A.
Anche i serpenti sono proteine nobili: ma io donna non posso mangiare la carne di serpente! Quando alla fine della stagione secca comincia la siccità e la fame a Kenge e in generale nel Kwango, c'é il miracolo di una farfalletta gialla che depone le uova prima dell'alba sull'erba bagnata di rugiada, da cui nascono dei bachi, le mindolo e le banguka, che sono una fonte di proteine nobili una vera manna dal cielo. Raccolte all'alba dai ragazzi della scuola, vengono strizzate, lavate, arrostire o carbonizzate e possono essere mangiate anche dopo un anno. Anche a Kinshasa ne vanno ghiotti, e durante la raccolta la gente si muove anche dalla capitale.

Presso gli Yaka di Kenge 2 sono solo le donne che coltivano la terra madre e matrigna, mentre i chef de terre cercano di avere più di una moglie per coltivare la terra dei loro padri e cederla ai propri figli.

Le donne partono in foresta alle 4 del mattino per raccogliere la manioca e mettere a lavare nell'acqua corrente del fiume per almeno 4 giorni le sue radici rese amare dal cianuro in esse contenuto. Questo cianuro protegge la pianta dalle aggressioni dei roditori, ma se non viene eliminato provoca il Konzo, una paralisi irreversibile delle gambe. La manioca si mangia tutta: radici e foglie. Le prime trasformate in farina e polenta (luku) le seconde pestate fino a divenire una purea (saka-saka) il tutto ben condito con l'olio di palma.
 
La chikwanga è il pane di manioca, che viene avvolta sapientemente dalle donne nella foglia di banano e poi cotta a bagno-maria. A Kenge 2 le donne le donne la preparano la sera, aspettano che l'acqua si raffreddi poi la fanno asciugare e la vendono ai margini delle strade dove i ragazzi della scuola la acquistano a meno di 10 centesimi per il pasto di mezzogiorno.
Può mantenersi fresca anche una settimana, e si combina bene con companatici poveri come la Mfumbwa, una foglie di color verde scuro, molto dura e carnosa, che va tritata fine per essere appetibile, ma è ricca di ferro e vitamine. Le donne la cuocciono nella burrosa pasta di arachidi che molto più della soia è ricca di proteine vegetali, acidi grassi essenziali e calorie.


Sono le donne che nutrono l'Africa: protagoniste di tutte le fasi dell'alimentazione della loro famiglia, dalla semina, al raccolto, alla lunga preparazione, fino ad imboccare i bambini, gli anziani e i malati.

Ma per i bambini che sono ancora nella “finestra dei 100 giorni” (9 mesi di gestazione e i primi 2 anni di vita, critici per lo sviluppo cerebrale) la manioca e il saka-saka non bastano! Allora le madri assicurano l’allattamento esclusivo fino ai 6 mesi garantisce la salute del lattante, bello e vivace più di un bimbo europeo. Mentre l'allattamento prolungato fino ai 24 mesi protegge dalla malnutrizione grave laddove (salvo bruchi, termiti, topi di savana e serpenti) non ci sono altre proteine animali disponibili. Salvo il latte materno al centro della cosidetta finestra dei
mille giorni: le donne garantiscono il latte materno esclusivo nei primi 6 mesi, e il latte materno combinato ad altre proteine animali nei primi 2 anni. Coscienti della necessità di garantirlo, nonostante la povertà.

E’ sulle donne quindi che abbiamo deciso di scommettere per il nostro futuro, aprendo nell'ISEA di Kenge una nuova sezione di agronomia ed agroveterinaria, nutrizione e dietetica che prevede non solo l'educazione ad una alimentazione variata, ma anche un miglioramento della produzione  alimentare negli orti familiari, dove la terra sabbiosa viene arricchita col guano di pipistrello, lo sterco di vacca, la pollina.

Coltivata con scientificità e nel rispetto della natura la terra già povera può ridiventare madre
Per questo stiamo formando giovani donne e madri di famiglia nella nuova sezione di Agronomia e Dietetetica dell'ISEA di Kenge. Anche se questa sezione non è preclusa ai maschi.

Ma per vincere la scommessa di formare Agronomi e Dietiste-Nutrizioniste nel pieno rispetto delle norme internazionali, dobbiamo mantenere le promesse fatte alle donne e madri di famiglia che ho rimandato sui banchi di scuola. Una borsa da 250 Euro, col vostro aiuto!

Chiara


NIMETOKA ITALIA!

L'epopea dei volontari e missionari Italiani nella guerra d'Uganda

Il 30 Gennaio alle 18:30 presso la Sala Capitolare della Casa Generalizia dei Missionari Comboniani, Roma, verrà presentato il libro "Nimetoka Italia" di Marco de Feo con Francesca Faramondi, un libro piuttosto crudo perchè racconta, attraverso decine di  interviste vive, le testimonianze di chi si è trovato coinvolto in 27 anni di guerra in Uganda nella difesa di ospedali, missioni, lebbrosari, scuole, orfanotrofi e persone, moltissime volte, rischiando la propria vita.
L'ebola, i bambini soldato, i campi profughi, le mine antiuomo e  un' inchiesta a 360° sugli appetiti internazionali (armi, coltan, oro, diamanti, acqua...) che mantengono una guerra.
Un giornalista di Repubblica lo ha così recensito: "di rara intensità, molto valido ma difficile".
Un capitolo del libro racconta l'esperienza della dott.ssa Chiara Castellani e le difficile relazioni fra l'Uganda e il Congo.

Non perdete l'occasione di partecipare a questo incontro di informazione.

A seguire l'invito all'evento contenente tutti i dettagli.


Invito presentazione libro 30 gennaio

Ringraziamo Marco de Feo e tutti i suoi collaboratori per il fantastico impegno all'insegna della verità.

Chiara Castellani a Rai Unomattina

 

 

Kenge, estate 2014.
di Alba Monti

Ci passo davanti ogni mattina, ed è il mio solo punto di riferimento per non perdere la strada nella brousse. Ma, diversamente da quanto accade al Borgo san Nicola, non entro a insegnare ai suoi ospiti l’Economia e le sue leggi che governano il mondo, perché è qui il mondo che quelle leggi opprimono e schiacciano.

Ci passo davanti ogni mattina, e il mio sguardo si posa da lontano sulle tante mani tese che chiedono soldi. O cibo. Perché qui lo Stato non provvede ai pasti dei detenuti; e neppure lo fanno le loro famiglie, troppo lontane o troppo povere per sfamare la bocca di un ladro. Di un “povero” ladro, perché quelli ricchi – qui come altrove – non vanno in prigione.

Ci passo davanti ogni mattina, sospettosi gli agenti, supplici gli occhi degli altri. Settanta, mi hanno detto, molti dei quali – giovani o giovanissimi – sono entrati per furto. Quest’anno ne sono usciti già tre, ma non in piedi… la fame, la sete, la malaria, gli stenti son tanti. Uno di loro, mi hanno detto, ha forzato la serratura di un’auto. Ma non ha portato via l’autoradio né il crick né la ruota di scorta: ha rubato un pane di manioca lasciato incustodito sul sedile posteriore, ed è fuggito via. Ma non è andato molto lontano: lo hanno messo subito “dentro”, prima che potesse mangiare quel pane. Forse non mangia da allora. “Togli pure quel forse”, mi hanno detto.

Ci passo davanti ogni mattina, e oggi decido di entrare. Chiedo del Direttore, scattano sull’attenti e mi accompagnano da lui. Gli dico di me, del carcere di Lecce, dei tanti Studenti che viaggiano il mondo attraverso i miei libri e il mio narrare, e che mi hanno chiesto di portare a quei compagni un segno concreto di solidarietà, di “spezzare il pane” insieme a loro. Il Direttore mi dice che là sono tutti molto religiosi, e che quello di “spezzare il pane” è un simbolo molto forte e molto condiviso. Domenica scorsa, la musica, i canti, la gioia del giubileo che la chiesa di Kenge ha organizzato per festeggiare i suoi 50 anni di presenza nella regione, sono arrivati fin là, il vento soffiava in quella direzione, e molti fra loro, detenuti e agenti, hanno cantato e tenuto il ritmo con le mani. La mia richiesta, allora, si fa duplice: la prossima domenica celebreremo un altro giubileo, senza altari né luci né fiori, la riconciliazione dell’uomo con l’uomo; celebreremo insieme un rito religioso, non importa quale: anche qui ho amici tra la cattedrale e la moschea, tra i seguaci di Kimbangu e di Geova; magari lo chiederemo a tutti i quattro rappresentanti, e ci ritroveremo quattro volte. Non importa come lo pregheranno, perché Nzambi ha un solo nome. Potranno cantare e danzare anche loro ma, soprattutto, potranno spezzare un pane di manioca insieme ai compagni di un carcere lontano, a Lecce, tra i mundele di un altro continente. Che non conoscono neppure il fufù, la manioca, i madesu e la nsamba, ma conoscono bene quanto sappia di sale scendere le scale che portano agli inferi della terra, nelle prigioni che non curano – perché non sanno, non possono, non vogliono – le cause né gli effetti della miseria-disperazione-depravazione. Ma che sanno bene assaporare la gioia di un pane condiviso, di una pena comune, di un semplice sorriso. E il “mistero” del pane e del vino avrà saputo svelarsi in termini concreti, e farsi carne e sangue vivi, prendendo e mangiando insieme un pane di manioca; prendendo e bevendo insieme un sorso di nsamba.


AlbaMonti

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