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STORIA D'AMORE O DI ORDINARIA FOLLIA
Chiara Castellani



Deka era troppo piccola, quando è entrata in prigione, per capire che esiste un mondo al di fuori, libero. Ha scoperto il mondo esterno quando in ottobre dell'anno scorso l'ho mandata alla scuola materna. Ma dalla scuola materna, quando gli altri bambini tornavano a casa, lei tornava in prigione, perché non ha mai avuto un'altra casa. Aveva poco più di un anno quando mamma Mandisa, madre di 4 figli, lei l'ultima, prima di lei due gemelli, ha sorpreso il marito con un'altra donna. Mandisa non ci ha più visto, ha letteralmente perso la testa. Non so esattamente se ha utilizzato un coltello da cucina (quello ben affilato con cui si taglia la mfumbwa) o un bastone. Per pudore non ho mai chiesto i dettagli, so solo che adesso Deka è orfana di padre e sua madre è stata condannata a 10 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Ne ha già scontati due, e due anni di carcere a Kenge sono come 20 anni ovunque altrove.

carcereIl carcere di Kenge è al di fuori dell'immaginazione. Nel settore uomini più di ottanta persone vivono in due stanze dove dormono per terra ammassati, con le cimici e le pulci che li torturano. Nessuno porta loro da mangiare salvo occasionalmente la domenica gli "amici della prigione" che fanno capo alla parrocchia Saint Esprit. Sempre più raramente, perché in questa stagione di sabbia dove non piove da 4 mesi diventa difficile trovare il cibo anche per la propria famiglia. Mandisa è riuscita a far crescere la manioca e la ndunda in un angolo del piccolo piazzale del settore donne, ancora più angusto del settore uomini, ma meno atroce perché c'è un pozzo e loro, le donne della prigione, riescono a mantenere le stanze un po' meno sporche. E' lì, nel settore donne, che consulto i prigionieri. Gli uomini li fanno entrare dal settore uomini, uno ad uno. In teoria nessun uomo può penetrare nel settore donne: se hanno bisogno di acqua la chiedono alle guardie carcerarie. Loro sì, entrano, malgrado siano tutti uomini. 

Mandisa è incinta. Lo sospettavo da un mese, vedendola. Ma lei negava. Poi Deka si è ammalata. Il Direttore della prigione mi ha telefonato, io non ero a Kenge. Allora Anuarite è andata a prenderla, ha visto che era "solo" malaria, l'ha portata a casa sua, l'ha curata. Adesso Deka, che ha 4 anni, ha preso da sola la grande decisione "la mia mamma è Anuarite, io in carcere non torno più". Anuarite, nome dolcissimo di una martire congolese, è anche lei vedova come Mandisa, ma il marito, esattore delle imposte, è stato sgozzato nel 2012 sulla strada di Feshi quando lei era all'ottavo mese di gravidanza. L'ultimo figlio di Anuarite è nato già orfano. Una bocca in più, un bimbo in più pesa in una famiglia che stenta a sbarcare il lunario. Ma Anuarite non ha esitato ad accogliere Deka nella sua capanna di legno, paglia, fango ma con tante capanne attorno e tanti bambini con cui Deka adesso gioca come fanno tutti i bambini della terra. Quando vado a consultare i prigionieri, Deka va a trovare sua madre. Ma non ha dubbi sul fatto che vuole tornare nella sua nuova casa da mamma Anuarite. Mamma Mandisa si è dichiarata d'accordo. Ma mentiva a se stessa. Da sabato scorso ha cominciato a presentare delle convulsioni che sono in realtà crisi isteriche. L'ho consultata al centro di salute, ho confermato una gravidanza di due mesi e qualche giorno. Le ho fatto ascoltare il cuoricino dell'embrione con il mio Doppler. Lei sapeva. Le convulsioni sono dimunuite di frequenza, ma ho capito che dovevo forzare la mano e ricoverarla. Per farla uscire, almeno qualche giorno, da quell'inferno. Poi si vedrà, perché non saprò mai ottenere per lei la grazia. Dove partorirà? Non so ancora, ma non voglio che partorisca in carcere come la madre di Ndidi, che dal carcere invece non è mai uscita perché ha bisogno del latte materno. Anche Ndidi, come Deka è orfana di padre. Anche la madre di Ndidi come Mandisa è stata condannata a 10 anni per omicidio preterintenzionale. Quando era già incinta di suo marito morto a causa di un momento di gelosia irrefrenabile, di fronte al tradimento fragrante. Omicidio fragrante, ma non voluto, non premeditato. Le donne Yaka sono più forti dei loro mariti, sono loro che si sobbarcano tutto il lavoro agricolo, in una terra sempre più arida. Ma la nuova gravidanza di Mandisa non è certo di suo marito, morto 2 anni fa. Chi è il padre, se Mandisa è uscita domenica scorsa per la prima volta in due anni? Non certo un altro carcerato, perché i prigionieri uomini non entrano nel settore donne. Solo le guardie carcerarie possono ed è qui che le madri prigioniere, per sfamare i propri figli finiscono per cedere, prostituendosi per fame di fronte ad uomini armati e incaricati della loro custodia. Ci sono largamente gli estremi della violenza carnale. Ma Mandisa non sa dire chi è il padre del bambino. Sono più di uno, impossibile dirlo. E' più forte di me tutto ciò, mi sembra insopportabile. Aiutatemi voi.

Chiara

VANITY STORIES

CHIARA CASTELLANI

DI VALERIA VANTAGGI

 

“L'Africa è un Paese molto giovane, i figli sono considerati una ricchezza e il 50% della popolazione ha meno di 18 anni. È evidente che è un Paese destinato a crescere e a svilupparsi”


La storia di Chiara Castellani è un poema, è un romanzo di avventura, un racconto d'amore, un'opera epica. In formato Twitter suonerebbe così: medico ginecologo, tra Nicaragua e Africa, sfida le #guerre e ha il coraggio di sognare. La sua vita, una #missioneumanitaria.

Parlare con lei non è semplice: il telefono satellitare si ricarica con una batteria solare, e la linea si prende solo di tanto in tanto, a fatica, con continue interruzioni. Il computer, sì, c'è, ma la connessione non è quasi mai garantita. Si arriva fino a un certo punto, con un'intervista lunga, fatta a puntate. Gli amici in Italia, tantissimi, fanno da ponte, aiutano a trovare foto, video, scritti che possono essere utili per capire di più le scelte di questa donna, da sempre e per sempre in prima linea, tanto da essere nominata Grande ufficiale dell'ordine al merito della Repubblica Italiana. Un punto d'orgoglio per il nostro Paese, anche se non vive più qui da tantissimi anni, da quasi trenta ormai.

«Avevo capito subito che non mi sarebbe interessato lavorare in Italia. A quei tempi in Nicaragua c'era la rivoluzione sandinista e io studiavo in funzione di quello: pensavo ai poveri, alla chiesa accanto a loro. E così, appena laureata, sono partita. Sono stata lì sette anni, finché, terminata la guerra, ho capito che non ci sarebbe stato più bisogno di me: i ragazzi nicaraguensi avevano ricominciato a studiare e cominciavano a esserci i primi medici locali. Non servivo più. Sono allora tornata in Italia, dove ho fatto un master dell'Organizzazione Mondiale della Sanità in Gestione dell'Assistenza Sanitaria di Base. Ottenni una borsa di studio e l'Oms mi volle assumere. Sono andata a Ginevra, ho fatto il colloquio, ho ritirato il contratto, sono tornata a casa e ho immediatamente scritto una lettera di dimissioni. Quel posto non faceva per me. Non me ne sono mai pentita: la mia vita - lo sapevo - era altrove. Detto ciò, avevo bisogno di lavorare e quando ho saputo che l'ospedale di Kimbau, in Congo, cercava un chirurgo, sono andata».

Era il 1990. Chiara è ancora lì, a Kimbau, nella provincia del Kwango a 500 chilometri da Kinshasa.

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“Le nostre difficoltà contro il virus Ebola”

Chiara Castellani è una donna minuta, dalla voce delicata ma ferma. Ginecologa di professione, chirurgo per necessità, da oltre trent’anni è impegnata in missioni umanitarie in giro per il mondo. Epidemia da virus Ebola, tubercolosi, Aids: sono solo alcune delle emergenze sanitarie che la missionaria laica, ha dovuto fronteggiare spesso con pochissimi mezzi e aiuti a disposizione. L’Agenzia Dire l’ha intervistata.


 

Chiara Castellani, 32 anni di medicina d’urgenza da fronte a fronte


Una terra “strana e audace, dove anche sopravvivere è una folle scommessa. Ma dove vale sempre la pena  scommettere.” Questa l’Africa di Chiara Castellani, medico parmigiano impegnato nel continente nero dal 1990, e questo il senso della sua scommessa che dura da allora.
Partita dal Nicaragua, dove dopo essersi specializzata in ostetricia e ginecologia ha iniziato la sua opera per gli altri, la volontà missionaria l’ha condotta dopo 7 anni nello Zaire, il Congo di oggi, quando l’Aifo (Associazione italiana amici di Raoul Follereau) le ha affidato l’ospedale di Kimbau, un villaggio a 500 chilometri dalla capitale, Kinshasa.

In un territorio di circa 5000 chilometri quadrati, Chiara Castellani ha costituito per diverso tempo l'unico medico per 150 mila abitanti. Malattie, guerre, scrittura e sofferenze si sono intrecciate nella sua esperienza più di quanto ci si possa aspettare da un interventismo già di prima linea.
La dottoressa Castellani è divenuta chirurgo di guerra per necessità, dopo aver anche subito l’amputazione di un braccio nel 1992 a causa di un incidente stradale durante un tragitto in ambulanza. Questo però non le ha impedito di continuare a “scommettere di sopravvivere” e di proseguire il lavoro di medico.

La passione che dopo la missione in Nicaragua e il ritorno in Italia l’ha convinta a ripartire nel 1990 alla volta dell’Africa, suo desiderio da sempre, è palpabile dal ruolo che Chiara ha sempre ricoperto nella denuncia contro la guerra economica sin dal conflitto fra sandinisti e contras in America Latina, mentre in Africa è stata testimone degli scontri avvenuti per cacciare il dittatore Mobutu ed instaurare al governo Kabila. Lo sforzo di rimanere al fianco della popolazione africana l’ha portata ad esporsi ben oltre la sala operatoria, affermando a gran voce l’inutilità di una guerra per cacciare Mobutu che non era necessaria e che non vedeva scontrarsi le etnie, ma che è stata voluta dalle potenze occidentali e dalle multinazionali a discapito della popolazione. L’Africa degli anni ’90, però, non si risparmia e il silenzio, che ha ammutolito un conflitto che rischia di essere dimenticato dall’Europa perché  “i poveri non fanno audience”, ha coperto anche il diffondersi di epidemie che nel continente nero hanno messo radici. Su un panorama già afflitto da tubercolosi, malaria e meningite esplodono le emergenze di Aids ed ebola. Gli sforzi della dottoressa Chiara Castellani sul fronte africano vengono incrementati dal costante supporto a distanza della onlus Insieme a Chiara Castellani, creata nel 2014 per fungere da vetrina sul mondo delle problematiche e della situazione politica, economica e sociale di Kimbau.

DOCTORA CLARITA- “Quando Chiara è entrata nel salone pieno di gente che l’aspettava, mi è parsa una donna non solo poco appariscente, ma addirittura trasandata. Subito dopo, però, mi ha colpito il suo incedere a passo di carica, la sua mascella serrata e decisa, e, soprattutto, i suoi occhi: occhi luminosi dallo sguardo fermo e determinato. In seguito, in quegli occhi ho imparato a leggere anche il candore della sua anima, senza per questo essere sprovveduta, e l’ardore nel perseguire i suoi sogni”. Così Paolo Moro, istruttore all’aeronautica militare congolese, ricorda il primo incontro con la dottoressa Chiara Castellani avvenuto nel 2001 ad Ostuni. Da allora le loro strade non si sono più separate e oggi Moro è presidente della onlus Insieme a Chiara Castellani, oltre che amico e tra i suoi più cari collaboratori nella realizzazione dei progetti per Kimbau.

carcereLA ONLUS - I progetti per Kimbau sono stati molti e sono in continua evoluzione grazie ai fondi che di anno in anno sostengono le iniziative di Chiara Castellani attraverso la onlus nata per coordinare tutte le realtà che ruotano intorno ai suoi impegni, le diverse associazioni e fondazioni che la sostengono, nonché per informare i donatori sul procedere dei progetti in Africa. Tra le associazioni storiche che la sostengono ci sono Aifo, Auci, Sant’Egidio, Caritas, Gimian, Pace Futuro, Quadrifoglio, Song-Taaba, e poi tante parrocchie, realtà che fanno capo a soggetti istituzionali o accademici (scuole, università, enti) e singole personalità. Insieme a Chiara Castellani, la onlus ” vuole essere una sintesi in cui l’agire comune possa raccogliere tante diverse disponibilità indirizzandole verso le priorità di anno in anno individuate”, spiega Paolo Moro.

I PROGETTI - Tra i primi progetti di Insieme a Chiara Castellani c’è stata la realizzazione della centrale idroelettrica per dare acqua e luce all’ospedale di Kimbau. Così Paolo Moro e la dottoressa, grazie ai finanziamenti Aifo, nel marzo 2003 hanno iniziato i lavori a Kimbau. Con il tempo la centrale è riuscita non solo a garantire luce e acqua all’ospedale, ma anche alla missione, ossia ai centri di aggregazione presenti nel raggio di sei chilometri. Nel 2005 è stata costruita l’Istm (Scuola Superiore di Scienze Infermieristiche) grazie al sostegno della Conferenza episcopale italiana, della regione Veneto e dell’Auci (Associazione universitaria per la cooperazione internazionale). I ragazzi di Kimbau riescono a frequentare questa scuola infermieri grazie alle borse di studio finanziatCentro-Dream-Kenge-Kiwanie, tra le varie fondazioni, anche da quella di Rita Levi Montalcini. La stessa Montalcini ha conosciuto personalmente Chiara Castellani e grazie a lei ha realizzato il suo sogno di bambina: aiutare i malati di lebbra in Africa. Nel 2007, con il contributo dell’Ong ‘I bambini del Danubio’ e la collaborazione della Comunità di Sant’Egidio, la fondation ‘Damien’ e il Ministère de la Santè congolese è inoltre partito un progetto di formazione del personale per il monitoraggio e la cura dell’Aids nella regione del Bandundu. Ne fa parte Anis Kekobo, un ragazzo laureato sieropositivo che si reca nei villaggi e partecipa a conferenze internazionali per donare un messaggio di speranza per tutti i malati di Aids. Tra i progetti maggiori realizzati dalla onlus c’è il centro di salute di Kenge- Kiwani, che, oltre ad essere luogo di riferimento per chi combatte l’Aids, è il luogo principale in cui Chiara Castellani effettua corsi di formazione e visite quotidiane. Adesso vi è un intero staff medico qualificato che gestiste la struttura ed offre giornalmente cure mediche. Visite garantite poi ogni fine settimana anche nel carcere di Kenge, dove è stato stanziato lo scorso mese l’acquisto di farmaci per l’ambulatorio e cibo per aiutare la guarigione dei malati più gravi.

Nella zona sono stati poi organizzati centri medici allestiti in capanne che oggi danno supporto a quelle donne che CENTRIASSITENZAinvece in passato, durante la gravidanza, erano costrette ad affrontare ore di cammino nella savana per raggiungere gli unici due ospedali presenti nell’area. In attesa di riuscire a rifornire i centri medici attraverso l’invio di un container, la Onlus in questi giorni sta lavorando per assegnare borse di studio per future agronome, veterinarie e nutrizioniste degli ‘Isea’ (Istituto Superiore di studi Agrari di Kenge e di Kimbau), le due facoltà agrarie presenti nel vasto territorio della Diocesi. “Al momento – come spiega Paolo Moro – è lo stesso coordinamento che ha stanziato 5.600 euro per garantire le borse di studio almeno per il primo anno, in attesa che la fondazione faccia partire il finanziamento”. Tutte le studentesse hanno fatto domanda di borsa di studio, non avendo mezzi ma solo una grande volontà di riscatto e di farsi promotrici di sviluppo in una regione, il Bandundu, dove la sola risorsa è la madre terra. Per questo l’Università agraria promuove coltivazioni sperimentali come quella della Moringa Oleifera, pianta ‘miracolosa’ che salva dalla malnutrizione, o dell’Artemisia Annua, potente antimalarico, importantissimo in un luogo dove la malaria uccide più dell’Aids e della tubercolosi.

“La formazione è per noi la prima scommessa”, dice Emanuele uno dei ragazzi della onlus. Poi c’è il progetto per il recupero delle attrezzature sanitarie dismesse da rimettere in uso e inviare in Congo. L’obiettivo è quello di riuscire ad attrezzare quindici centri di salute nella diocesi di Kenge, così che possano avere una sala parto e un’infermeria generica e fungere da presidi di primo intervento. Tutto questo ovviamente  necessita di energia che riesca a garantire l’alimentazione di un frigo per i medicinali e di alcuni strumenti diagnostici quali un ecografo e un elettrocardiografo. A ciò sta provvedendo una ditta di Monza che sta realizzando un progetto per garantire due kilowatt ad ogni centro attraverso pannelli fotovoltaici.

Quella di Chiara Castellani e dei suoi collaboratori non è una storia come tante altre, ma è una vera “missione”. Frutto di soddisfazioni e sofferenze, la dottoressa si è tramutata in scrittrice per raccontarla dando vita a due libri: ‘Carissimi tutti. Nicaragua 1983-1990. Lettere di un medico dal fronte’ e ‘Una lampadina per Kimbau. Le mie storie di chirurgo di guerra dal Nicaragua al Congo’. Le due raccolte sono state prodotte affinché  l’importanza della sua causa giungesse al grande pubblico. A dimostrazione del riconoscimento dovuto al suo lavoro, nel 2000 le è stato conferito, oltre ad altri riconoscimenti, il titolo di Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana per iniziativa del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.“Ci sono momenti – scrive Chiara Castellani nella seconda raccolta - in cui vorrei scappare e arrendermi alla mancanza di medicine, di possibilità di cure, di strumenti sanitari. In cui ancora una volta mi sento lacerare da quella assoluta mancanza di diritto alla salute, ad essere curati, che ogni giorno provoca morti e tanta sofferenza. Ma poi accade sempre qualcosa che mi aiuta ad andare avanti, a risalire in superficie”: questo il suo messaggio, testimonianza di un coraggio più forte delle tante e difficili lotte che ha deciso di combattere, dentro e fuori la sala operatoria.

di Andrea Francesca Franzini e Letizia Cicchitto

 

Fonte: http://www.parmateneo.it/?p=12431

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