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REALIZZARE UN AMBULATORIO MEDICO NEL CARCERE DI KENGE

Nel 2006 Chiara Castellani scriveva:

"Le due volte che ho visitato il carcere di Kenge, vi ho trovato incarcerati dei minori. La prima volta era un orfanello di Kibengele che ignorava la sua età, ma che non aveva ancora alcun segno di sviluppo puberale: fisicamente, era un bambino. Essendo Kibengele un villaggio della parrocchia di Kimbau, facendogli delle domande sugli eventi dell'ultimo decennio, ho presto capito che il bambino, analfabeta, non aveva più di 14 anni; e difficilmente un malnutrito congolese di quell'età ha cominciato lo sviluppo puberale.dr Chiara Directeur Nou00E9 prof Alba

Era incarcerato dietro accusa di violenza carnale, quando era nell'incapacità fisiologica di commettere l'atto sessuale richiesto per il crimine di cui era stato accusato. Grazie alla presenza come testimone del giovane sacerdote che attualmente studia Diritto canonico e Diritti umani a Monaco, sono riuscita a dirigere la mia indignazione verso la ricerca degli strumenti giuridici più adeguati per far fronte alla situazione. Ho chiesto e ottenuto di esaminare il ragazzo in privato. Ciò mi ha consentito di stilare un certificato medico in cui dichiaravo l'assenza di sviluppo puberale e l'incompatibilità con il reato di stupro. Dopo mesi di pressioni da parte mia e del vescovo, il bambino è stato finalmente scagionato ed è uscito senza dover pagare nessuna tangente. E mi chiedo se sarebbe veramente uscito innocente se avessimo accettato di pagare."

Oggi grazie alla Prof.ssa Alba Monti, antropologa e carissima amica di Chiara, siamo riusciti ad avere una descrizione dettagliata della situazione attuale del carcere di Kenge. Vi riportiamo quanto descritto:

"Costruita dai Belgi nel 1955, la prigione di Kenge ospita oggi circa settanta persone tra giovani uomini, donne e bambine. Le ho conosciute tutte, e con ciascuna e ciascuno mi sono fermata a parlare o, più semplicemente, a condividere un sorso d’acqua e un poco di manioca. Poi, durante la mia ultima visita prima della partenza per l’Italia, ho condiviso il poco che avevo con me; ma che era tanto per loro. Perché qui lo stato non provvede al cibo, né all’acqua, né a niente per i prigionieri. Nessun Matteo 25 mi aveva invitata a farlo, perché quello di “visitare i carcerati” fa parte ormai da vent’anni del mio lavoro: a Lecce, in carcere ci vado ogni mattina per insegnare.

Lo stesso giorno in cui sono rientrata in Italia, Chiara Castellani, medico volontaria a Kenge da molti anni, ha inviato in carcere due infermiere perché vaccinassero subito le due bimbe di cinque e trenta mesi. Il quindici settembre, data ufficiale di inizio dell’anno scolastico in Italia, mi comunicava via e.mail di avere inserito in una classe di scuola materna la bimba di quasi tre anni; è la stessa classe della figliola dell’infermiera che l’aveva vaccinata, ed è lei che ogni mattina vi accompagna le due bimbe. Chi provvede agli uccelli del cielo e ai gigli dei campi provvederà anche a trovare una borsa di studio per pagare la retta…

Ma la dottoressa Chiara sta facendo molto di più: quasi ogni domenica torna in carcere per visitare gli ammalati; tra le donne e gli uomini le patologie sono tante, e tutte severe; molti sono i detenuti positivi all’hiv, in molti hanno crisi da malaria, quasi tutti sono denutriti. Agli inizi di novembre la dottoressa è riuscita a far ricoverare un detenuto perché malato di tubercolosi; fra qualche giorno una giovane donna da poco arrestata potrebbe partorire lì dentro, per terra, tra gli sguardi degli altri settanta… Adesso Chiara aspetta da noi i tanti farmaci e i presidi sanitari che non può sottrarre ai già scarni stock del centro di salute di cui lei è responsabile. In quel carcere dove settanta persone sono riunite in due sole stanze sprovviste di tutto e in cui ripararsi la notte, dove c’è solo un piccolo cortile interno e una latrina comune, e muri scrostati, e tetti bucherellati, e polvere, e insetti, e afa, e fame, e sete, Chiara vorrebbe mettere un piccolo ambulatorio medico.

E ancora di più bisognerà fare: gli uomini, le donne e le loro quattro creature non mangiano se non qualche volta, la domenica, grazie alle “amiche della prigione”, un gruppo volontario locale . Ma un solo pasto settimanale non è sufficiente a far sopravvivere quanti, tra loro, non hanno la famiglia vicina che possa provvedere a un poco di manioca e a qualche proteina. Il loro bi-sogno è quello di poter mangiare.

Il nostro sogno è quello di poter assicurare un secondo pasto settimanale. Un euro a persona basta per un vitto nutriente (una razione di manioca e una di pesce) e un boccale di acqua, che in bottiglia da litro e mezzo costa quasi un euro, mentre, presa dalla sorgente che dista quasi un’ora di cammino, costa non più di mezzo euro ogni 20 litri.

Un piccolo ambulatorio, la scuola materna per la più grande delle quattro bimbe, un pasto settimanale non sono un sogno troppo grande per circa settanta persone, molte delle quali giovanissime, condannate a “morte per fame”. Stiamo cercando, soprattutto, chi possa seguire questo progetto in loco, perché – come ci ha detto con amara consapevolezza il Direttore della prigione - dopo aver tolto loro la libertà non possiamo togliergli anche la vita."



Grazie alla testimonianza della Prof.ssa Alba Monti e all'esperienza di Chiara Castellani abbiamo deciso di estendere le nostre intenzioni all'interno del carcere di Kenge, impegnandoci come primo obiettivo nella realizzazione di un ambulatorio medico.

PROGETTO-CARCERE Leggi il progetto integrale

 

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# 3 La prigione
STORIA D'AMORE O DI ORDINARIA FOLLIA
Kenge, estate 2014


 

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